“Porca troia”. Sono queste le uniche parole che sono riuscito a pronunciare terminato l’ascolto. Dopo non poche tribolazioni (la cacciata/abbandono del cantante Chris Barretto in fase di registrazione) nel 2010 gli americani Periphery rilasciano il loro self-titled debut-album, e signori miei questo lavoro merita di entrare nella vostra collezione privata senza ombra di dubbio, ma andiamo con ordine. Questi alcuni dei motivi per cui va ascoltato: le tre chitarre capitanate da quel genio di Misha Mansoor e un batterista come Matt Halpern che ha la peculiarità di inserirsi nel sound con tempi allucinanti. Se Barretto (si trovano alcune tracce su youtube registrate con la sua voce) non avesse abbandonato la band, forse non avrebbero avuto tutto ‘sto successo, infatti menzione speciale va a Spencer Sotelo, buon cantante in Scream ma meraviglioso in pulito (credo che il ritornello di “Light” difficilmente passi inosservato). Questo album scardina alcuni pregiudizi dell’ ascoltatore standard di Heavy Metal, come quello verso gli innesti di musica elettronica: infatti siamo davanti ad una nuova deformazione del genere, definita “Djent” (parola onomatopeica riferita al suono rapido e “stoppato” delle chitarre) che appassionerà molti ascoltatori, e farà storcere il naso a molti puristi del genere; quelli non in grado di ascoltare in modo critico.
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Non male la canzone! Mi ricordano i Tesseract (e simil band). Molti gruppi Djent devono (lontanamente) ai Meshuggah e, soprattutto, ai Textures.
‘sto djent, mi piace!
Ricordano molto i Textures ( il genere è circa quello ) e i primi Meshuggah, diciamo fino a Chaosphere. Personalmente non vedo tutta questa somiglianza con i Tesseract, nonostante anche loro siano molto innovativi ed interessanti